Lowlands
EP Vol 1
Autoprodotto, 2009
Se esistesse un’enclave americana in Italia, Pavia sarebbe Memphis e l’Oltrepò, l’Alabama, i Mandolin Brothers sarebbero i Little Feat e i Lowlands, i Whiskeytown. Ma questa è solo un’idea bislacca e la provincia a sud di Milano è ben più ricca di arte e di cultura rispetto alle no lands del mid/south west statunitense, fortunatamente la ricchezza che ne deriva si avverte anche nel gusto e nella sensibilità che le band citate mettono nei loro dischi. I Lowlands, creatura che gira attorno alla figura del cantante e compositore italo-inglese Eddy Abbiati, dopo un primo lavoro - The Last Call edito nel 2008 e assai apprezzato da critica e pubblico - giocano con i propri fan e decidono di non creare pause di spasmodica attesa tra la produzione di un disco e un altro, riempiendo l’intervallo temporale con un progetto che prevede l’uscita di una serie di EP’s dei quali questo in oggetto è appunto il Vol 1.
Carina l’idea e gioia per le nostre orecchie giacché il disco in questione è un lavoro di inediti di primordine che ha senso compiuto e dignità di esistere in qualsiasi discografia di Americana che si rispetti. Come dicevamo le sonorità sono quelle tipiche dell’alt country ma non solo, infatti, Edward tradisce le sue mezze origini e acquisisce, per osmosi, quel gusto tipico e quella rabbia che appartengono a songwriters inglesi e irlandesi, in particolare Mike Scott dei Waterboys, com’è piuttosto evidente all’ascolto della cover (molto personale) Lowlands, dei Texani The Gourds (brano dal quale i ragazzi hanno mutuato il nome della band).
Altra gemma che la dice lunga sulla felice penna di Eddy è My Prison Walls, un pezzo che ti spacca il cuore e che mette in evidenza le chitarre di Roby Diana, il “Pinturicchio” delle corde, impeccabile nel costruire pregevoli coloriture autunnali, il giovane chitarrista dei Ses Cordas, apprezzato session man (ormai organico ai Lowlands), cresce a ogni uscita e di lui presto si accorgeranno anche gli artisti importanti. I cinque brani sono tutti di livello e mettono in evidenza, oltre alla voce delicatamente ruvida di Abbiati - che a volte possiede nell’incertezza interpretativa un altro atout che porta fieno nella cascina del loro “sporco” country folk - il “lirico” ed accattivante violino di Chiara Giacobbe, nella title track e nella finissima Lullaby, ma non riconoscere il valore degli altri strumentisti sarebbe un vero torto in quanto l’ottimo amalgama raggiunto è frutto di un valore artistico e personale di tutti.
I Lowlands in primavera ritornano con il nuovo disco sulla lunga distanza che, siamo pronti a scommettere, aprirà loro le porte per tournee oltre oceano (come per gli zii Mandolin Bros), considerateli già decollati.