John Hiatt & Lyle Lovett
Conservatorio - Milano
02/02/2010
A volte i sogni si realizzano e questa volta dobbiamo ringraziare Claudio Trotta e la sua Barley Arts per aver permesso che questi due compadres potessero avere la loro (unica sic!) data italiana dalla quale si porteranno via un calore ed un abbraccio straordinario, tributato loro da un pubblico di estimatori, che si è dato appuntamento raggiungendo il Conservatorio di Milano da ogni angolo d’Italia.
Era dal 2008, momento in cui John Hiatt e Lyle Lovett avevano unito il loro “sapere musicale” in un’apparente strana coppia - dico apparente in quanto i due, per complementarietà di generi e visto come funzionano on stage, stanno tra loro più di quanto l’asola stia all’occhiello – che speravamo di poterli apprezzare live nel nostro paese.
Partendo dalle loro voci, possiamo sostenere che John possiede la più bella tra quelle provenienti dal deep south e Lyle è dotato di una voce, apparentemente fragile, che ti entra sottopelle come un ago ed inizia il suo peregrinare per finire dritta al cuore. Il loro chitarrismo è completamente differente e pertanto complementare, sia per la piacevolezza nell’ascoltare quando si alternano in solitaria, sia nei momenti (purtroppo pochi e questo è forse l’unico neo di una serata indimenticabile) nei quali eseguono pezzi insieme; Hiatt usa lo strumento in modalità rock-blues imprimendo forza ed usando una tecnica convincente mentre Lyle usa la sua Martin facendola sembrare quasi una resofonica ed imponendole arpeggi folk davvero particolari.
Il concerto è stato impostato sull’alternanza tra i due artisti che hanno intervallato ogni pezzo “giocando” in una pseudo intervista di Lyle a Hiatt, circa l’origine ed il significato delle sue canzoni, la vita, la geografia, quasi Lovett fosse un novello Letterman, con dialoghi surreali, spesso nonsense, che hanno creato siparietti assolutamente esilaranti.
I due artisti ci hanno ammaliato proponendo il meglio delle loro produzioni condensate in 23 canzoni, ovviamente per Hiatt (dotato di un catalogo particolarmente affollato al quale hanno attinto un po’ tutti a cominciare da Dylan) i brani che avremmo voluto ascoltare sono stati una piccola parte, anche se molte di quelle canzoni, le più intense e riuscite sono state presentate ed interpretate dall’artista con grande trasporto ed una voce veramente imbarazzante per potenza, pulizia e freschezza. Ecco quindi John proporre i propri cavalli di battaglia - Crossing muddy water, Perfectly good guitar, Drive south (con relativa gag che in ogni luogo c’è un sud ed il sud è meglio), Memphis in the meantime (esecuzione vocale stratosferica!), Thing called love (con la gag su Bonnie Raitt che l’ha mutilata, però l’ha perdonata perché grazie ai diritti ha mandato le figlie all’università) - che hanno entusiasmato il pubblico, con una sola la riserva per Have A little faith in me, il suo capolavoro da Bring The Family (1987), che non può fare a meno dell’apporto lirico e fondamentale del pianoforte. Unica novità dall’album in uscita un torrido blues dal titolo Freight train.
Di Hiatt, già venuto in Italia in concerto, sapevamo più o meno tutto per cui la vera sorpresa della serata, almeno per il sottoscritto, è stato Lovett che nella dimensione acustica, chitarra e voce mi generava, sulla carta, qualche perplessità, immediatamente fugata grazie ad uno show straordinario per intensità, pathos e magnetismo; si è dimostrato un grandissimo artista, dotato della dote dello swing, un’arma irresistibile per chi sale sul palco. Ha percorso la sua carriera dedicando (come Hiatt peraltro poco spazio per i pezzi dall’ultimo album) e ci ha proposto tra le altre Nobody knows me like my baby (brivido), If i had a boat, LA County. Nella conclusiva cover Step inside this house(step inside my home) di Guy Clark ha lasciato le note “appese nell’aria” per la magia di un’interpretazione impareggiabile.
Quindi chitarre scintillanti, rock, blues, folk, country e tanto swing mood, molte chiacchiere divertenti per due ore e quaranta di un concerto di quelli che lascerà il segno nella memoria di ognuno di noi.
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Foto: Gianni Zuretti