The Orange Beach
Fuzz You!
Second Shimmy, 2010
Questo Fuzz You!, dei casertani Orange Beach è un disco di quelli che si possono senz’altro definire tosti e gagliardi. Un pugno di canzoni, per lo più strumentali, eccezion fatta per tre episodi in cui sentiamo la voce bella raschiata di Agostino Pagliaro (un’opzione da tener presente anche per il futuro, che ne dite?) darci dentro convinta.
E ci danno dentro anche gli altri due Orange Beach, ovvero Paolo Broccoli e la sua chitarra, e Maurizio Conte a batteria e percussioni: ci danno dentro a tal punto da far innamorare di loro Mark Kramer, produttore storico di band quali Low e Galaxie 500, oltre che membro in passato di Butthole Surfers e Ween, che li ha voluti non solo produrre, ma anche far incidere per la sua etichetta, oltre che suonarci di persona e collaborare agli arrangiamenti.
C’è da dire che Kramer ha fatto ottimamente il suo lavoro: il disco suona bello grezzo, senza fronzoli e diretto, rock’n’roll nel senso migliore dell’accezione, e quanto mai americano nei sapori e colori, ma per nulla banale e povero di soluzioni, e probabilmente il produttore ha saputo esaltare al meglio la componente musicale dei Nostri più vicina proprio a band come i Butthole Surfers o i Fugazi di End Hits, quelli in cui la furia dell’hardcore veniva coniugata a un maggiore eclettismo nella scrittura dei brani (si ascolti l’ultima eponima canzone), oltre che a una palese autoironia e a un clima da divertimento e spasso che effettivamente nelle 14 canzoni del disco appare chiaramente.
Da segnalare particolarmente I talk to the wine, con quella bella slide iniziale (la chitarra è chiaramente il principale protagonista melodico della band: ottimamente suonata, e con un suono molto interessante e curato, spigoloso e tagliente ma acido e riverberato come in un disco dei Fuzztones) e Quoque tu BMW, dove si armonizzano bene le componenti più furiose e quelle più psichedeliche della band (ottima la batteria qui), nonché le atmosfere da poliziesco USA di Country Billy e Barbon, e il momento più sospeso di Fairies wear white shoes (che poi diventa molto più rock, ricordando quasi le code improvvisate elettriche dei Pearl Jam) così come quello di L’abbaye de Thélème.