Cover
  1. Waterloo
  2. Pictures of summer
  3. Pollen under cement
  4. The last world
  5. The healing song
  6. Ride the oxygene
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Velvet Score

Goodnight good lovers

Black Candy Records, 2010
Autore  Massimo Sannella
(del 27/04/2010 alle 07:00:00)    

Ti viene recapitato questo disco proprio nell’attimo che devi decidere a malavoglia di uscire per un qualcosa che è molto lontano dalle tue volontà: che fare? Lo lanci sul divano di riflesso e t’incammini verso la porta affrontando l’inerzia, oppure – dando un alibi alla tua pigrizia del “prendo tempo” – lo scarti, inserisci e dai anarchia al random stereo? Sceglie la seconda opzione? Bene, ora sai che ti sei giocato tutta la serata su quel divano, ostaggio della dolcezza amara, traspirante e onirica di un approccio pensoso al mondo e di un suono che ti farà fondere con la tua intimità.
 
I fiorentini Velvet Score sono alla terza prova discografica con la migliore qualità indie che caratterizza l’audacia e l’appeal delle loro evoluzioni, Goodnight good lovers è piena atmosfera malleabile, sei tracce riflessive a curatissime che sintetizzando rugiade post-rock a profumi lontanamente sixteen, lasciano il segno, la cicatrice di un peccato d’ascolto dal quale difficile esimersi. Una piccola – mica tanto- intellettualità musicale che produce vere sensazioni evocative, che ci sospirano di guerra, di storie profonde quanto volatili, di cose che scivolano nelle oscurità e riemergono nei giochi teneri di luce, turbamenti, rinascite e sottili filamenti che nascono e muoiono anche tra i Sigur Ros, Autolux e Lamb splendidamente ricettivi.
 
Impossibile parlare male di un disco così, non esiste ragione al mondo di mettere in evidenza difetti e dèfaillance perché non esistono, e se esistono sono cosi impercettibili che non ci si fa attenzione perchè si è rapiti nel totale corrispettivo sonoro del registrato, uno stile che ha trovato la sua definizione giusta: “gioiello”. Con questa delicata colonna sonora la band fiorentina ci prende e ci accompagna negli spaccati della guerra vista da altri occhi, dall’innocenza The healing song, dall’amore Waterloo, dal dentro di una convivenza forzata in un bunker Pollen under cement o nella forza d’animo di un soldato, Ride the oxygene, che si fa passare morto per vivere, ma senza la disperazione o la tetraggine che simili scenari possono indurre, tutte dinamiche di per se plumbee ma finemente colorate a pastello che contribuiscono a fare di questo disco un cult alternativo di casa nostra.

I tratti melanconici, liquidi e rarefatti, i semplici telai di chitarre elettriche, tastiere e la voce angelicata dal decadente umore arruolano subito sentimento e pensiero che daranno filo da torcere e ossessione al tasto repeat.
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